WE MAKE ART: 10 domande per conoscere Tony il Grigio

Fremo, scalpito, non vedo l’ora di presentarvelo. L’illustratore di questo mese mi ha completamente rapito con un’illustrazione in bianco e nero che mi ha lasciato a bocca aperta. Pronti? Guardate un po’!

we-make-art-elements-0110 QUESTIONS TO GET TO KNOW TONY IL GRIGIO

Antonino, in arte e per gli amici Tony, ha appena 20 anni e studia all’accademia di belle arti a Bologna. La sua cura per i dettagli ci cattura e ci trasporta dentro le storie che sceglie di rappresentare. Vediamo come si è raccontato, attraverso le nostre 10 domande.

 

• Quando e come hai cominciato a fare arte?

Una domanda più complessa di quello che sembra. Ci ho pensato spesso sapete?
Certo, come molti ho iniziato a disegnare, a dipingere fin da piccolissimo, sin dall’asilo nel mio caso, e da lì non mi sono più fermato. Penso di star iniziando a fare arte però solo adesso, nel pieno e dal basso dei miei vent’anni, non perché ciò che creassi prima fosse spazzatura certo, ma perché solo ora ho dietro un pensiero, una fede, una conoscenza e una maturità sufficiente, almeno per me.
Chissà, magari facevo arte già dalle elementari, o l’unica volta in cui riuscirò davvero a farla, sarà sulla soglia dell’addio.

•  Come hai fatto a trovare il tuo stile?
Secondo te è possibile averne più di uno? Perché?

Quella dello stile è una questione difficile e come ho sempre pensato, se sei nel dubbio chiedi a chi hai vicino. I miei amici sono sempre stati molto sinceri con me e hanno sempre visto una coerenza nel mio lavoro, e per quanto questo sia mutato nel tempo, non ha abbandonato lo stile che si era cementificato in me.
Non so dire come l’abbia trovato, penso sia una sorta di idea innata da cui partiamo e che con l’esperienza cresce assieme a noi; penso dipenda da come si osservano le cose, da come si vive la propria vita.
Per questo diffido da quegli illustratori che, per quanto bravi, hanno uno stile troppo simile tra di loro. Preferisco scambiare opinioni con chi è meno bravo sul piano tecnico, ma ha una forte personalità artistica.
Penso si possano avere più modi di lavorare, con quei colori, con quella tecnica, con quell’approccio, etc… Sono tanti modi diversi per esprimersi naturalmente.
Ma lo stile per me è uno, sei tu, è il tuo modo di esprimerti, il tuo modo di essere, i tuoi occhi, la tua anima.

 Cosa vuoi trasmettere con il tuo lavoro?

Nel mio lavoro vorrei trasmettere al lettore, e/o spettatore, quel che sono, ciò che mi compone, per farli entrare nel mondo parallelo nel quale ho deciso di coesistere.
Quel mondo che mi ha aiutato a sopravvivere quando ero molto piccolo, un mondo ricercato ma dimenticato quasi, infestato da folletti, spiriti, foreste antiche, con acque scroscianti di luci e sirene.
Vorrei, con tutto il mio cuore, trasmettere la mia passione per tutto ciò che è il mondo della fiaba, delle leggende, della religione e del mito. Vorrei restituire a chi come me sta crescendo, quella parte dell’infanzia che non avrebbe voluto dimenticare, e da cui forse, non ha ancora colto tutto.

• Da cosa prendi ispirazione principalmente?

La mia ispirazione viene da tante cose devo dire: dalle persone, dalla musica, dal cinema (tantissimo), dalla natura, dalla storia dell’arte, dalla letteratura, dalla fotografia…
Ho una cartella sul computer con dentro centinaia di foto recuperate dal web o da qualche libro, piene di materiale, letteralmente foto di ogni cosa che sento potrà in qualche modo ispirarmi, magari una per i capelli, quella per quel fiore tanto particolare, quell’altra per quell’atmosfera malinconica.
Ho trovato molto divertente constatare che tutte quelle centinaia di foto non sono scelte a caso: quell’archivio, dove tutto sembra immerso in una atmosfera di sogno e di malinconica bizzarria, mi descrive perfettamente.

• Qual è il lato che più ami e quello che più odi della tua arte?

Della mia arte, amo il fatto che, quando cado in uno dei miei breakdown mentali dovuti all’ansia, alla paranoia, o alla mia ormai migliorata ipocondria (sì, anche io, non sono messo benissimo!) riesce a farmi respirare. Certo, non dimentico i miei problemi, ma per un momento, l’arte riesce a far addormentare il male.
Il lato per me più frustrante, sono invece i periodi di blocco dovuti al fatto che mi occorre molto tempo per creare una tavola come si deve; ma non tanto per la realizzazione, quanto per l’ideazione: pensare alle pose, alla tecnica, al significato, etc…

• Qual è il processo creativo che utilizzi per creare qualcosa di nuovo?

Il processo creativo è forse la parte più importante del mio lavoro, e paradossalmente, la più libera e banale. Per me, questo processo consiste semplicemente nel lasciare andare la mente e ogni tanto, schizzare su carta il prototipo di ciò che voglio limare, perfezionare ed eseguire.
La vera sfida per me, è non lasciarsi prendere troppo dal processo creativo, perché si corre il rischio che il risultato finale non abbia la stessa grinta della prima idea ed è sempre un po’ una delusione poi, anche sei il lavoro resta valido.

• Qual è la caratteristica fondamentale che una persona deve avere per potersi definire artista secondo te?

Non so rispondere davvero a questa domanda, penso che nessuno di onesto potrebbe farlo davvero, se non rispondere con la definizione del dizionario presa e incollata.
C’è chi pensa che un artista sia tale se riconosciuto da gruppi di persone e istituzioni, altri pensano che un artista sia chi riesce a produrre consciamente un lavoro creativo.
La verità probabilmente sta nel mezzo. Per quanto riguarda me, non mi considero un artista, non mi piace proprio la parola, e questo sin da piccolo. Tuttavia, se devo dare una mia personale definizione, anche infantile, perché no, penso che artista sia chiunque esprima se stesso attraverso un qualsiasi mezzo e che operi con sincero sentimento al fine di creare qualcosa da cui possa trarne e suscitare un’emozione.

• Nomina il tuo artista preferito e dicci perché ti piace più degli altri.

Il mio artista preferito è stato l’illustratore vittoriano Arthur Rackham.
Rackham ha creato una estetica e una poesia nel suo lavoro assolutamente uniche, accompagnate da una tecnica dolce e sognante ma allo stesso tempo ricercata, raffinata e intelligente.
L’erede vivente di Rackham è senza ombra di dubbio Tony Diterlizzi, altro illustrarore che io adoro e che come me ha un debito impagabile con il grande maestro. Ciò che però Rackham ha fatto è stato epico, e probabilmente involontario, ovvero il riuscire ad imprimere nel suo lavoro la futura visione del mondo del fantastico e dell’irreale. Rackham per quanto mi riguarda, è stato il migliore illustratore di tutti i tempi e il debito che sento di avere con lui è infinito e profondissimo.

•  Raccontaci del tuo ultimo progetto di cui vai fiero.

Quest’anno ho contribuito alla realizzazione di un libro sulla mitologia e sul folklore giapponese in collaborazione al rinomato collettivo artistico “La Legione degli Artisti”. Il volume si intitola “Yokai”, contiene 60 illustrazioni inedite e per maggiori dettagli vi basta cercali su Facebook.
Ogni artista che ha preso parte al progetto ha scelto una creatura del folklore giapponese da illustrare e nel mio caso, ho scelto la mia preferita, ovvero il serpente a otto teste Yamata no Orochi, che ho tentato di riprodurre fondendo lo stile giapponese più classico e naturalmente il mio.
Adesso invece, ho iniziato un progetto personale, per il quale dovrò spendere molto tempo e fatica, incentrato sull’illustrazione della mia fiaba preferita, la Sirenetta.
Per questa intervista allego una tavola in anteprima!

•  DOMANDA BONUS
C’è una parte del tuo processo creativo che non ti piace/ti annoia?

Forse la parte che mi da più noie è, per un motivo o per un altro, quando sono costretto a sistemare imperfezioni e quant’altro con lavoro digitale in aggiunta a quello analogico.
Sono molto tradizionalista e se dipendesse da me non ci saremo mossi molto dall’illustrazione di metà e fine ottocento.
Grazie a Dio questo non dipende da me, aggiungo.

Come sempre siamo alla domanda bonus a cui risponderà il prossimo artista. Cosa vorresti chiedergli?

Personalmente, cosa cambieresti del mondo dell’illustrazione e dell’editoria?
Quali mode e ingiustizie hai riscontrato nella tua personale esperienza in questo settore?

Questo mese, al posto dell’illustrazione a tema, Tony ha deciso di regalarci l’anteprima del suo progetto, come accennato nell’intervista,
ecco la fantastica tavola che Tony ha scoperto per noi:

Sono davvero grata a Tony per questa anteprima esclusiva per We Make Art e voi, cosa ne pensate?

Vi lascio, come sempre, la sua pagina Facebook:

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newsletterheaderSo già che fremete per sapere chi sarà il prossimo intervistato! Per questo non dimenticate di seguire la newsletter, Facebook e Instagram per le news! 😛

Cosa ne dite, vi piace lo stile di Tony? Cosa vi ha colpito in particolare?
Come sempre, vi invito a lasciare un commento, in attesa della prossima intervista!
A presto,

Chiara

Sulla Monotipia

Da qualche mese, come già saprete se seguite la mia pagina Facebook o Instagram, sto frequentando un bellissimo corso di Illustrazione presso la Scuola di illustrazione di Scandicci qua a Firenze.

Oltre alle divertentissime lezioni che tiene Candia, la nostra fantastica insegnante (che merita almeno di essere citata!), ho partecipato a 4 workshop tenuti da illustratori molto differenti tra loro, sia nei concetti, sia nel modo di vivere il mondo dell’illustrazione, sia e soprattutto nei processi artistici.

Spesso sentiamo tanti nomi, di tecniche, di materiali, ma si fatica ad immaginare realmente le migliaia di possibilità di applicazioni che queste hanno. Per non parlare di quando cominciamo a comprendere come possiamo mescolarle.
Questo ultimo workshop dedicato alla Monotipia, mi ha aperto gli occhi su tantissimi punti di vista, sul mio modo di lavorare e quello che davvero mi piace realizzare, su come spesso il nostro lavoro appare agli altri e come, da artisti, diamo per scontati davvero troppi aspetti quando ci relazioniamo con un pubblico che non vive l’arte dal lato della realizzazione.

Per questo ho deciso di descrivere queste tecniche che mi hanno in qualche modo lasciato qualcosa, così che magari possano lasciare qualcosa anche a voi.
Oggi vi parlo quindi della Monotipia, quest’ultima tecnica che abbiamo utilizzato proprio un paio di giorni fa.

SULLA MONOTIPIA

La parola Monotipo viene dal greco (τυπος, impronta o figura e μόνος, solo, singolo) e descrive l’unicità di un operato.
Infatti, dal punto di vista artistico, questa tecnica garantisce l’unicità di ogni tavola o opera, in quanto spesso i materiali che utilizziamo non possono garantire un risultato perfettamente identico al precedente e in alcuni casi non sono proprio riutilizzabili.

Brunella Baldi, l’insegnante che ha tenuto il nostro workshop, ci ha infatti mostrato alcune delle sue bellissime tavole, rimarcando la loro singolarità data proprio da questa splendida tecnica.
Per i suoi lavori, Brunella, utilizza principalmente delle maschere che disegna e intaglia lei stessa, e che colora poi con i colori calcografici. Ma non si limita di certo a questo, infatti sfruttando il disegno, il collage e i principi dell’incisione ha definito un suo stile. Vedere lavorare Brunella è stato qualcosa di magico e che mi ha lasciato moltissima ispirazione. La sua padronanza della tecnica le permette di creare delle tavole che non possono non catturarci e trascinarci nelle sue atmosfere oniriche.

Tavola di Brunella Baldi

Quello che mi ha fortemente colpito della monotipia è la sua vicinanza a moltissime altre tecniche, come se fosse un punto di incontro tra le possibilità. Ci ritroviamo tutti i principi delle tecniche di incisione e i livelli della serigrafia e della stampa in generale, ma la si può mescolare e dettagliare con le altre tecniche di disegno tradizionale.

Inutile dire che vi consiglio di provare e soprattutto di non mollare al primo tentativo! In alcuni momenti, di fronte alle mie produzioni mi sono sentita catapultata di nuovo all’asilo, non ve lo nascondo, ma nonostante tutto mi reputo soddisfatta.
Poteva andare peggio, no?!

La conoscevate? L’avete mai provata? Fatemi sapere cosa ne pensate e se ne avete, postate i vostri lavori! 🙂

Chiara

We are made of starstuff | Sul mio ultimo progetto

 

Un punto.
Poi un altro più grande.
Un altro ancora piccolino, e uno e due e tre.
Poi una linea, da sinistra a destra.
Aspetta, questa invece va da sotto a sopra!

Forse è il mio modo di giocare a riempire i vuoti.
Non lo so cosa mi è scattato in testa, quando appunto, nella testa ci ho messo le costellazioni. 
È che per me è come se ci fossero dei collegamenti tra i miei pensieri, che nascono e muoiono qui in questo cervello, veloci come la luce delle stelle che attraversano lo spazio vuoto per giungere a noi. Ogni puntino è una singola domanda che mi pongo, che nello svilupparsi traccia una linea che si protende verso un nuovo concetto appena nato.

Che poi si fa per parlare, perché mi piace quando ognuno trova il modo di scomporre queste raffigurazioni dei miei istinti per giocarci e ricomporne di propri.

A me diverte cercare nuovi modi di giocare con il nulla. Capire dove posso tingere di nero, bucare il foglio per poi riempirlo di nuovo di galassie lontane, popolarlo di stelle inventate e indefinite.
Che poi, ci sarà vita laggiù?
Voi, che dite, cosa ci avete visto in quelle stelle?

Clicca per vedere tutta la serie “We are made of starstuff”

Il tempo e noi | Trovare il proprio stile

 

Clicca per vedere tutta la serie "We are made of startuff"

Quanto tempo spendiamo a cercare di capire in cosa stiamo sbagliando.
Ci carichiamo le spalle di dubbi, domande, osservazioni, commenti, fino ad arrivare al punto in cui non riusciamo più a camminare e ci trasciniamo soltanto.
Finché un giorno, stanchi, ci lasciamo cadere a terra sfiniti e in quel momento, solo in quel momento, quando ci sembra di aver sudato via ogni speranza per la fatica, con ingenua naturalezza lasciamo cadere il carico che ci ha rallentato finora.
E con la mente sgombra e assente, ci lasciamo andare a quello che siamo veramente.

Ho passato molto tempo a chiedermi se fosse davvero il mio stile quello o quell’altro disegno che avevo realizzato. Se fosse giusto utilizzare il colore o restare fedele sempre al bianco e nero.
Poi un giorno, ti guardi alle spalle e noti che c’è qualcosa che è nato spontaneamente, un filo conduttore che collega ogni cosa che hai fatto.
La verità è che non esiste il giusto o lo sbagliato, esiste solo l’esigenza che hai tradotto sul foglio, nel tuo personalissimo linguaggio.

In questo campo, ascoltare chi abbiamo intorno ci fa bene, ma non deve essere vincolante, altrimenti rischia di creare semplicemente una zavorra di dubbi che ci impedisce di andare avanti.

Chissà come mai le cose più semplici sono sempre le più difficili da capire.

 

WE MAKE ART: 10 domande per conoscere Michele Parisi

Ciao a tutti! Siamo di nuovo arrivati al momento di We Make Art.
Questa settimana sono molto felice, perché l’ospite di questo mese aggiunge ancora qualcosa di nuovo alla rosa degli artisti intervistati finora. Infatti Michele è bravissimo nella pittura digitale e lavora dall’inizio alla fine su pc.
Non vedete l’ora di guardare i suoi lavori, vero? Allora scorrete!

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I disegni di Michele mi hanno steso subito, appena ci ho posato gli occhi. Atmosfere scure ma figure molto dolci si fondono perfettamente nelle sue illustrazioni e ci trascinano in un mondo magico e surreale. Cosa c’è dietro ai lavori di Michele?

 

• Quando e come hai cominciato a fare arte?

Ho iniziato a disegnare fin da quando ero bambino ma, seriamente, intorno ai 16 anni, quando dall’istituto tecnico industriale sono passato all’istituto d’arte.

•  Come hai fatto a trovare il tuo stile?
Secondo te è possibile averne più di uno? Perché?

Il mio stile? Non ho mai creduto di averne uno… e anche se avessi uno è di certo in costante mutamento. Credo comunque che il mio stile sia fortemente influenzato da altri artisti e dall’osservazione della realtà, infatti mi sto accorgendo che il mio stile tende a diventare sempre più realistico con il passare degli anni.

Certamente è possibile avere più di uno stile, spesso cambiandolo si cambia anche ciò che si comunica con un’immagine. Per questo trovo che sia importante essere versatili.

 Cosa vuoi trasmettere con il tuo lavoro?

Quello che mi sento di voler trasmettere è che non ci dobbiamo dimenticare del meraviglioso mondo in cui viviamo e di cui facciamo parte, spesso mi piace immaginare mondi alternativi in cui l’essere umano si rapporta in maniera diversa agli altri esseri…
Cerco di far apprezzare la nuda bellezza della natura, affiancandola spesso a figure femminili che cerco di realizzare senza snaturarne la bellezza, evitando di esagerarne le forme per non creare stereotipi sbagliati… Anzi, cerco piuttosto di correggerli.

• Da cosa prendi ispirazione principalmente?

Spesso prendo ispirazione da immagini che stimolano la mia immaginazione. A volte sono foto di cui mi piace anche solo la palette e ne creo illustrazioni completamente diverse, conservandone però l’atmosfera e i colori. Quando non ho ispirazione invece tendo a partire da qualcosa di casuale, qualcosa che metta in moto il processo creativo, che faccia affiorare l’idea da sé, poco alla volta.

• Qual è il lato che più ami e quello che più odi della tua arte?

Il lato che più amo è l’infinita e costante crescita di sapere e abilità (sono un’ingordo di sapere), oltre alla possibilità di raffigurare quello che mi immagino.
Il lato che odio di più è decisamente l’essere costretto in casa davanti al pc, a volte mi accorgo di non aver messo piede fuori casa per giorni… Per questo sto iniziando a fare degli en plein air con gli acrilici.

• Qual è il processo creativo che utilizzi per creare qualcosa di nuovo?

Quando non devo fare qualcosa di commissionato cerco di lavorare a pezzi che mi facciano imparare qualcosa, cerco sempre di affrontare delle difficoltà. Di solito le idee vengono quando faccio sketch, liberamente e spesso per questa parte rimango sulle tecniche tradizionali, disegnando a matita. Altre volte compongo digitalmente diverse immagini in maniera casuale, finché il risultato mi ispira qualcosa.

• Qual è la caratteristica fondamentale che una persona deve avere per potersi definire artista secondo te?

Questa è una domanda che mi pongo spesso anch’io… Volendo riassumere, credo che chiunque crei qualcosa, (un oggetto, un’immagine, una canzone, ecc… ) dalla propria mente e con il proprio gusto si possa definire artista.

• Nomina il tuo artista preferito e dicci perché ti piace più degli altri.

Non credo di poter rispondere aquesta domanda con un solo nome, ci sono talmente tanti artisti che ritengo sublimi che non riesco a porne uno sopra agli altri.
Parlando di artisti, diciamo datati, mi vengono subito in mente Stepan Kolesnikov, August Riedel, Herbert Draper ma ce ne sarebbero moltissimi altri.Tra quelli più recenti direi Brad Kunkle, Felix Mas, John Watkiss ma anche qua la lista sarebbe lunghissima.
Poi ci sono gli artisti digitali, quelli che forse mi influenzano di più e anche qui mi limiterò a citarne solo alcuni: Adam Paquette, Piotr Jablonki, Igor sid.

•  Raccontaci del tuo ultimo progetto di cui vai fiero.

Non saprei… Probabilmente tendo a sminuire il lavoro che faccio, e più il tempo passa meno mi piace, quindi direi la recente illustrazione “Mother of hornets”.
E’ una delle ultime e nonostante ancora non mi soddisfi completamente, credo che sia nel complesso un buon pezzo. In particolare vado fiero della composizione cromatica, una palette limitata ai tre colori primari, inoltre sono contento perché ha riscosso un grande successo online e mi ha dato una buona visibilità. Forse è proprio grazie a lei che ora sto facendo questa intervista.

•  DOMANDA BONUS
Scegli una persona da ringraziare per il tuo percorso, per quello che fai o sei artisticamente e immagina di ringrazialo, cosa gli diresti?

Solo una persona è difficile da scegliere, ma direi in primis la mia fidanzata, che mi è sempre stata vicina consigliandomi e supportandomi nei momenti difficili, senza mai smettere di credere in me.
Poi non posso dimenticare la mia famiglia, che mi ha sempre supportato lasciandomi libero di fare ciò che più mi appassionava.

Come sempre siamo alla domanda bonus a cui risponderà il prossimo artista. Cosa vorresti chiedergli?

C’è una parte del tuo processo creativo che non ti piace/ti annoia?

Il tema di questo mese si sposa bene con lo stile di Michele, stavolta era nell’ombra:

La bravura di Michele nello sfruttare il colore digitale è degna di nota.

Cosa ne pensate del suo lavoro?

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newsletterheaderÈ di nuovo giunto il momento di salutarci! Chissà chi sarà il prossimo intervistato! Seguite la newsletter, Facebook e Instagram per le news! 😛

Michele mi ha confessato di essere piuttosto introverso, ma nonostante tutto ha deciso di partecipare alla mia intervista e per questo gliene sono molto grata.
Come sempre, mi farebbe piacere sentire anche le vostre di opinioni, per questo vi invito a lasciare un commento con i vostri pensieri!

Chiara

Tra i miei pensieri, stratificati

 

 

Vi è mai capitato di vedere così tante cose belle tutte insieme, che qualcosa, inevitabilmente, vi si smuove dentro?
Senti che ti viene da piangere ma non per tristezza, al contrario, perché ci si sente inaspettatamente a casa.
Sentire le lacrime che salgono perché è l’unica cosa che si muove, mentre il corpo resta impietrito di fronte a tanta bellezza.
E non è lo stile, non è la tecnica, è la libertà del linguaggio che riflette senza vincoli dalle immagini che scorrono di fronte ai tuoi occhi.

A volte mi succede questo, mentre guardo il lavoro di altri illustratori che, senza timore dei giudizi, colpiscono la carta con i loro colori, tratti e danno una forma alle loro idee ed emozioni.
E io posso leggerle.

Tutto questo mi commuove, perché mi fa sentire a casa.

WE MAKE ART: 10 domande per conoscere Silvia Argilli

Rieccoci, so che stavate aspettando tutti questo momento, è il momento di una nuova intervista per We Make Art!
Questa settimana ho intervistato un’artista che ho conosciuto anni fa un po’ per caso e di cui, in un certo senso, ho visto evolvere il lavoro.
Averla come ospite oggi sul mio blog mi da una strana sensazione, in positivo ovviamente, perché non era ancora mai stata qui, ma è un po’ come aprire la porta di casa ad un’amica di vecchia data. Ma passiamo alle sue splendide parole e opere.

we-make-art-elements-0110 QUESTIONS TO GET TO KNOW SILVIA ARGILLI

Ed eccola qui, già intenta a produrre uno dei suoi famosi ritratti. Silvia infatti si diverte a ritrarre i passanti alle fiere, ai mercati o dove riesce a trovare una sedia e un appoggio per i suoi materiali. In questo modo conosce gente nuova, ascolta storie di vite diverse e intanto butta tutto giù sulla carta, linea dopo linea.
Ma il suo lavoro non si limita solo a questo e per una volta, vorrei essere io ad ascoltare la sua di storia, siete con me? Cominciamo!

 

• Quando e come hai cominciato a fare arte?

Se per arte si intende la voglia di comunicare attraverso il colore, il segno e il disegno, allora credo di aver cominciato fin dai primi anni di vita, dalle elementari in particolare. Inarrestabile consumatrice di carta e matite.
La SCELTA vera e propria però è avvenuta circa tre anni fa quando, dopo una vita a fare altro, a studiare materie politico-sociali, a fare lavori stimolanti ma lontani anni luce dall’arte, il mio corpo e la mia vita hanno detto “Stop” e mi hanno obbligato a dare un’altra direzione al mio tempo. Mi sono licenziata ed ho cominciato a credere che di arte si può vivere.
Si può lavorare facendo quello che si ama.
Si può amare il nostro lavoro.

•  Come hai fatto a trovare il tuo stile?
Secondo te è possibile averne più di uno? Perché?

Quello che ho capito, per me, è che tutto parte da due cose.
La linea, quella magica, sinuosa, infinita linea. Grande piccola, lunga, spessa, colorata, nera, di china o di acrilico, di matita o di acqua colorata.
E l’osservazione. Vedere fuori e vedere dentro. Incessante e curiosa. Qualche volta anche dolorosa.
Tutto il resto va da sé.
Credo che cambiare “stile” e seguire la propria ricerca personale e professionale sia fondamentale.
Adoro illustrare a china, con una linea asciutta e pulita. Ma mi entusiasma altrettanto sporcarmi di vernice in cima ad una scala mentre dipingo murales. Così come mi scalda il cuore osservarmi le mani sporche di carboncino o sanguigna mentre sono per le strade e per le piazze a fare ritratti.
Quale è il mio stile? Non lo so. E forse non voglio ancora saperlo. Non voglio scegliere. E forse non si deve scegliere per forza.
Sperimentare è aprire porte. Percorrere solo una strada è autolimitarsi.
Non c’è bisogno di decidere, basta ascoltarsi. Quello che fa per noi, quello che è meglio per noi, arriva da sé. E’ lì che ci aspetta. L’importante è lasciare la porta aperta.

 Cosa vuoi trasmettere con il tuo lavoro?

Non c’è una volontà precisa. C’è il desiderio irrefrenabile di far parlare ciò che c’è già dentro me.
Spesso è stata un’auto-terapia, un uscire da un dolore dando voce a una comunicazione che altrimenti sarebbe rimasta muta.
Se una persona, anche solo una, vede un mio quadro, una mia illustrazione e qualcosa gli risuona dentro, a me basta. Se per un attimo ci sintonizziamo su una stessa frequenza, se qualcosa succede, allora la comunicazione è avvenuta. Non importa se arriva alla mente o al cuore o semplicemente agli occhi. Qualcosa è arrivato.
E non sono i virtuosismi o la bellezza o la tecnica perfetta che cerco. Cerco la comunicazione.

• Da cosa prendi ispirazione principalmente?

Da quello che conosco meglio e che in realtà mi accorgo ogni volta di conoscere appena: me stessa.

• Qual è il lato che più ami e quello che più odi della tua arte?

Amo la fatica, quella sia mentale che fisica, che ti fa dimenticare il tempo e allontana i pensieri. E odio la fatica, quella che ti fa sentire dolore alle braccia, alla schiena e al collo, dopo un giorno intero a disegnare.
Amo la libertà che mi permette di esprimere ogni cosa attraverso il disegno, senza codici prestabiliti. Ma odio l’indefinitezza, quella che non mi fa mai dire: ok, il disegno è finito, il lavoro è compiuto.
Amo seguire pensieri non razionali ma odio quando l’irrazionale non trova una forma e si traduce in una pagina bianca, lasciandomi senso di frustrazione.
Amo quando qualcuno si identifica in un mio disegno e dice “Ecco, anche io mi sento così” ma odio quando io non riesco a sentirmi veramente in un mio disegno.
Amo stare a contatto con le persone, parlare con loro, per strada mentre li ritraggo: mi raccontano storie di vita, mi parlano con generosità di sé stessi. Ma allo stesso tempo odio quel senso di ansia da prestazione continua che mi fa pensare “Gli piacerà il ritratto?” 1000 volte al secondo.
Amo disegnare, fare bozzetti, lavorare su idee e progetti sia per illustrazioni che per nuovi murales. Odio non essere pagata perché :”tanto era uno schizzo, no? Tu disegni perché ti piace”

• Qual è il processo creativo che utilizzi per creare qualcosa di nuovo?

Mi capita di sentire qualcosa di forte o di intimo, insomma,  qualcosa che ha voglia di uscire. E allora affiorano immagini vaghe in testa. Cerco perciò di indagare quale parte di me vuole parlare. Rintraccio le parti del corpo coinvolte e spesso compio una approfondita ricerca simbolica.
Non sempre i passaggi sono così chiari e razionali ma aprendomi alla ricerca e all’ascolto le immagini molto spesso vengono da sé.

• Qual è la caratteristica fondamentale che una persona deve avere per potersi definire artista secondo te?

Al di là della retorica, della presunzione o della falsa modestia, io credo che non si possa dire “Io faccio arte”. Si è artisti perché non si può fare altrimenti. E’ una necessità. E forse si è artisti quando si ha voglia continua di mettersi in gioco, di andare avanti, di non fermarsi, di sperimentare, di non adagiarsi.

• Nomina il tuo artista preferito e dicci perché ti piace più degli altri.

Non riesco a scegliere un solo artista. Ci sono così tanti capaci di stupirmi e ispirarmi. Perciò non voglio soffermarmi su artisti noti o stelle della storia dell’arte che molti conoscono. Vorrei parlarvi di un artista/amico/insegnante che ammiro molto sia a livello personale che artistico e che mi ha aiutato nell’individuazione del mio percorso personale.
Si chiama Enrique Moya Gonzalez, è di origine spagnola e vive e lavora ad Arezzo da alcuni anni. E’ stato il primo a parlarmi di parte destra del cervello e ad aprire la mia mente alla possibilità che l’arte sia, prima di tutto, ricerca.
Il suo lavoro indaga molto sul corpo attraverso disegni, per me, molto intensi. Studio della figura umana, dei simboli, della storia, degli scritti antichi.
Un’indagine profonda, misteriosa e affascinante. Ma lascio che siate voi a scoprirlo!

•  Raccontaci del tuo ultimo progetto di cui vai fiero.

Il 16 Ottobre scorso mi sono rotta un ossicino del piede. Esattamente la base del V metatarso del piede sinistro. Una frattura apparentemente piccola ma piuttosto stronza. L’ennesima dopo anni di fratture a varie parti del mio corpo. Sono per questo stata a casa per più di due mesi senza possibilità di camminare ed uscendo poco. Se non fosse stato per il disegno credo che sarei impazzita.
Ho disegnato tantissimo, incessantemente. I disegni salivano da soli. La mia mano li pescava nel dolore fisico, nella tristezza, nella noia, nelle ansie che affioravano, nei sogni e negli incubi notturni pieni di simboli. Alla fine è diventato un percorso che mi ha permesso di tracciare le linee di una profonda auto-terapia ma, anche e soprattutto, le basi per un insieme di illustrazioni perfette per un nuovo progetto.
Ecco come è nato “Tienimi con me” una serie di illustrazioni a china che presto si appoggeranno su qualche parete per una mostra.

Ho già un idea di dove ma non voglio fare spoiler 😉

•  DOMANDA BONUS
Qual è il tuo colore preferito? Perché? Che emozioni ti da?

Il mio colore preferito è il nero, credo. Perché credo che lo racchiuda tutti. E perché è elegante e denso e intenso.
Però adoro anche il rosso. Mi accende, mi scalda, mi concentra.

Come sempre siamo alla domanda bonus a cui risponderà il prossimo artista. Cosa vorresti chiedergli?

Scegli una persona che ha segnato il tuo percorso, per quello che fai o sei artisticamente e immagina di ringraziala, cosa le diresti?

Il tema di questo mese è piuttosto calzante con tutto quello di cui ci ha parlato Silvia, stavolta era in viaggio:

Lo stile di Silvia è fantastico e io adoro le sue illustrazioni, cosa ne dite, vi piace?
Come sempre, vi invito a visitarla sui suoi canali social  che trovate qui:

 • Facebook Portfolio •

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Vi riconoscete nelle parole di Silvia? Se sì, quale passaggio, momento, pensiero?

Scrivetemi le vostre opinioni nei commenti!

Chiara

Hanno detto “Nebbia” e io ho cominciato a disegnarla | Nuovo progetto

Avete presente quelle parole che vi fanno sempre scattare qualcosa dentro?
Ecco, tutto quello che è nebbioso, indefinito, senza dei confini precisi mi  fa questo preciso effetto.
Mille immagini cominciano a scorrermi nella mente, comincio ad immaginare un soggetto e cosa può nascondere in questa nebbia che qualcuno ha richiamato, una parte di sé? Un pensiero? Un oggetto? La sua storia? Il suo corpo?

È un po’ quello che ho pensato quando i ragazzi della rivista indipendente “L’Ulcera del Signor Wilson” mi hanno chiesto di collaborare con loro.

Mi hanno detto che il tema era “La Foschia” e il mio cervello, inevitabilmente, ha cominciato a lavorare.


Non mi sono stati dati vincoli, quindi ho disegnato molto liberamente e devo dire che è stata una fantastica esperienza.
Solitamente anche un solo titolo ti fa sentire incatenato, ma questa volta non è successo ed è stato tutto molto spontaneo, lo dico con un’abbondante dose di felicità, probabilmente alimentata dal fatto che mi ha fatto davvero piacere fare qualcosa per questi ragazzi.

E sì, li chiamo ragazzi perché sono persone dietro una passione, chiamarli associazione sarebbe riduttivo e mi fa piacere sottolineare il lavoro di chi con la massima spontaneità crea qualcosa di bello, dal nulla, perché ci crede.

Continuate così ragazzi, vi auguro di arrivare il più lontano possibile.

Vi dedico il mio disegno, che ho realizzato con il cuore e spero che vi piaccia quanto a me piace il vostro lavoro.

Allora prossima,
Chiara

Sotto La Gonna, An Ode To No One | Download gratuito

Vi ricordate della mia collaborazione con Matteo Gallo? 
Nel caso in cui vi foste persi i primi due post, ve li lascio qui sotto:

Primo post: “While legs run and play, hands are drawing”
Secondo post: “Crazy days!”

Dunque, siamo giusti al termine del progetto e tutto è pronto, davvero pronto, stiamo solo aspettando che venga pubblicato nella raccolta dedicata appunto al celebre album degli Smashing Pumpkins, Mellon Collie and the Infinite Sadness.
Nel frattempo però, in accordo con Matteo, abbiamo deciso di rendere la storia un E-book, scaricabile gratuitamente qui, così che possiate leggerlo tutti!
Lo trovate proprio qui sul mio sito, nell’area dedicata ai download gratuiti.

CLICCA QUI PER ANDARE ALLA PAGINA DEI DOWNLOAD GRATUITI

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Potete farlo velocissimamente qui e non dimenticatevi di controllare la casella SPAM subito dopo!
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È la primissima storia, per me, che illustro da cima a fondo e il primissimo E-book che impagino e pubblico. Per questo motivo qualsiasi commento, consiglio e suggerimento è super ben accetto! Lasciatelo pure qua sotto nei commenti!

Ma non vi voglio trattenere oltre, andate ad immergervi nella fantastica storia di Matteo e fateci sapere se vi è piaciuto! 😉

Chiara